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L’ansia non è una malattia

L’ansia non è una malattia

“Dottore, si può eliminare l’ansia?”
Quando un paziente ci rivolge una domanda come questa, cosa ci sta chiedendo realmente?

Margherita ha ormai 42 anni, parecchi dei quali passati in compagnia di un’ansia ora strisciante, ora invadente, affrontata e gestita prima coi rimedi della nonna, poi con quelli della moderna medicina e ultimamente con l’avventura new age di ritiri in rifugi improbabili e pratiche quasi esoteriche. Il tutto accompagnato da esercizi di yoga giunti via via fino a livelli significativi d’impegno mentale.

Dunque la domanda, oltre a veicolare un desiderio indistinto di una liberazione e a comunicarci la richiesta di presa in carico di una sofferenza del paziente, ci fa sentire il retrogusto amaro di una sorta di sconfitta non digerita nella sua battaglia contro il malessere associato all’ansia.

Malessere associato? Ovviamente sì, perché l’ansia non è una malattia, l’ansia in sé è una risposta, è già una risposta a qualcosa: col suo manifestarsi ci dice che sta succedendo qualcosa, qualcosa al di fuori dell’area della nostra coscienza presente. E di quale malessere potrebbe trattarsi?

Nel caso di Margherita il mistero è ancora fitto.

Questa donna si è rivolta a me proprio per i continui fallimenti dei suoi tentativi di gestione dell’ansia: al punto in cui è arrivata le è parso di dover fare una cosa diventata ormai ineludibile, cioè rivolgersi all’esperto: poteva continuare a sperare di arrivare un giorno a vivere senz’ansia o doveva riporre le sue speranze?

Dunque, la sua storia.

Nei suoi ricordi coscienti, l’ansia aveva fatto la sua comparsa verso la fine della scuola media e l’inizio delle superiori, però non potrebbe giurare sul periodo del suo esordio.

Di quel periodo ricorda i suoi tentativi di sedarla riempiendo lo stomaco con tutto quello che le capitava di avere sottomano! Nel suo racconto usa perfino il termine tecnico: bulimia. Chissà che idea ne aveva in adolescenza della bulimia. La sentiva come una diagnosi o era semplicemente una maniera sintetica per indicare certi comportamenti a cui ricorreva per gestire la tensione che le procurava il rapporto col suo corpo, un po’ estraneo, un po’ tiranno?

E forse, dice, l’ansia era preesistente alle sue abbuffate.

Infatti si ricorda di un vago interesse da bambina per tisane ed erbe aromatiche trasmessole dalla nonna materna fin dall’infanzia: casseruole, alambicchi e cucine in miniatura facevano parte dei suoi solitari giochi infantili, nei quali recitava formule magiche e tiritere, cantilene e litanie, per proteggersi dall’influsso di fantasmi fastidiosi, forse ansiogeni. Questo è già di per sé interessante.

Torniamo alla fame: per calmarne i morsi (sì, dice proprio così “calmarne i morsi”, come se fosse stata in preda ad una agitazione famelica) doveva ricorrere ad ogni astuzia per proporre al suo stomaco anche il più improbabile degli alimenti, purche dotato di adeguata massa in grado di riempirlo.

Non aveva funzionato tanto. Anche perché l’agitazione all’origine della sua bulimia (esageriamo se pensiamo che fosse essenzialmente nervosa?) era rimasta tale e quale, inesplorata, senza nome, senza un evidente motivo comprensibile. Ad un certo punto senza grandi spiegazioni, l’ansia bulimica si era almeno apparentemente calmata (è stata una fortuna perchè l’aveva portata proprio vicino alla soglia dei 100 chili). Si ricorda vagamente che a poco a poco aveva recuperato un peso più ragionevole.

Quell’esperienza deve avere comunque lasciato una traccia profonda dentro di lei, traccia che aspetta ancora oggi l’attribuzione di un significato, visto che Margherita conserva nell’armadio, accuratamente riposti, gli abiti fuori misura di quel periodo pieno di nubi, di ansie fameliche e inquietudini identitarie.

L’esperienza bulimica stava dunque un po’ rientrando quando Margherita, sempre sul chi va là e sempre alla ricerca di un rimedio per le sue ansie, fece una scoperta da lei definita efficace (o che almeno ai suoi occhi appariva come efficace): per sedare l’ansia bastava chiudersi in casa, così da sottrarsi alle perfidie delle compagne e alle tirannie derisorie dei compagni di scuola (quello che oggi forse si chiamerebbe stalking). Erano quegli sguardi a sollecitare la sua paranoia, dalla quale pensava di trovare sollievo chiudendosi nella sua stanza.

In quarta superiore aveva quasi perso l’anno. Però almeno aveva a disposizione una buona ragione per sentirsi senz’altro depressa e non ansiosa: non aveva amiche, non era di nessun interesse per i compagni e forse in fondo, era meglio sentirsi depressa che tormentata dall’ansia o dall’angoscia. (“Ma dottore, sono la stessa cosa?”)

Quando tutto sembrava avere preso questo contorno tranquillizzante (le ho accennato al fatto che sembrava più surreale che tranquillizzante, ma ha fatto spallucce), si accorse che il suo stomaco non aveva trovato la pace di cui aveva bisogno: continue nausee e conati di vomito scuotevano il suo corpo con impressionante regolarità. “Reflusso gastro-esofageo” aveva sentenziato il medico: vai coi farmaci!

Lei non ne era rimasta molto convinta. I farmaci la preoccupavano. La sola idea dei farmaci le procurava ansia (!).

Dopo qualche tempo aveva cominciato a sentire insistentemente una mancanza di fiato e frequenti giramenti di testa, con l’impressione di essere sotto una campana di vetro tormentata da mille pensieri senza riuscire a dare loro una forma.

Senza nominarla mai, sospettava però che la sua fosse una nuova forma d’ansia, un’ansia claustrofobica; solo che l’idea di uscire di casa e riprendere i contatti col mondo le procurava violenti attacchi di panico (fobia sociale?): si sentiva in trappola. Se cercava un’alternativa alla claustrofobia, precipitava in un contesto agorafobico e viceversa. Non riusciva a farsi un’idea di ciò che le stata accadendo. Nonostante i suoi sforzi, o appunto per i suoi sforzi, le sembrava di agitarsi in maniera scomposta e immaginava di scomparire inghiottita dalle sabbie mobili di un’ansia soffocante.

Al culmine del panico ha preso contatto con uno psichiatra. Non si ricorda bene quell’incontro. Si ricorda però di essere lentamente riemersa da una grande confusione e di aver ripreso a frequentare la scuola. Il suo racconto non appare del tutto lineare.

Riferisce la sgradevole sensazione di sentirsi svuotata dal di dentro, di sentirsi sdoppiata, di non essere stata più in contatto con sé stessa e attribuiva ai farmaci questo effetto straniante. Che avesse qualche fondamento la sua paura dei farmaci? La spiegazione “razionalizzata” a cui era giunta per giustificare la sua rinuncia ai farmaci l’aveva costruita attorno alla necessità evidente di concentrarsi sugli esami (!).

Non stava bene, ma era molto restia a riprendere la terapia farmacologica.

Il compromesso fra il desiderio di liberarsi dall’ansia e fare a meno dei farmaci è consistito nel lento sviluppo di ossessioni varie e connessi rituali (controllo dei rubinetti, delle serrature, dei percorsi ecc.). Rituali indicativi di ben altre formazioni di compromesso a livello intrapsichico fra la necessità del mantenimento di un inconfessabile desiderio inconscio e le ineludibili richieste della realtà.

Il compromesso raggiunto, per un certo periodo ha anche funzionato, almeno fino a quando il livello dell’ansia è stato considerato accettabile: nei momenti in cui l’ansia voleva alzare la voce e farsi sentire c’era sempre lo stomaco ad intervenire con le sue coliche e i suoi vomiti.

Margherita non è mai stata con le mani in mano: la vita è andata avanti con i suoi cambiamenti ai quali ha cercato di farvi fronte al meglio delle sue possibilità. Con pazienza ha recuperato dopo ogni crollo un minimo di calma e lucidità per costruirsi una quotidianità passabilmente decente.

In alcune occasioni si è anche fatta fascinare da proposte salutiste a sfondo new age (aromaterapia, ritiri spirituali di meditazione, periodi di eremitaggio in valli sperdute del Trentino) ma non ha trascurato di impegnarsi contro l’ansia in percorsi anche più impegnativi, come quelli di alcune discipline yoga, all’interno delle quali ha raggiunto livelli invidiabili: una bella soddisfazione.

L’ansia però non era vinta, era solo tenuta sotto controllo in una calma apparente.

Era sempre lì pronta a manifestarsi nei momenti meno opportuni. Ad esempio negli stati di tensione familiare o lavorativa. Attualmente descrive questi ambiti come caratterizzati da ansie, ossessioni e dimenticanze pervasive e imbarazzanti. Va detto che l’ambito familiare è connotato da una grave difficoltà emancipatoria dalla famiglia di origine (Margherita ha entrambi i suoi genitori viventi e, pur avendo un compagno, vive ancora con loro); l’ambito lavorativo è caratterizzato da precarietà e da insoddisfazione professionale.

Le ossessioni qui trovano terreno molto fertile per svilupparsi, ma Margherita è la prima a riconoscere che non sedano l’ansia anzi, la evidenziano agli occhi dell’interlocutore oltre a quelli della diretta interessata.

Colgo la palla al balzo per rimandare a Margherita: “Di questa cosa, di questo fatto, forse conviene che proviamo a tenerne conto. Lei dice di usare i rituali ossessivi per tenere sotto controllo e nascondere l’ansia, e poi è la prima a rendersi conto che questa strategia è davvero poco efficace. La mette in imbarazzo con le persone che frequenta e soprattutto la mette in imbarazzo con sé stessa perché è sempre lì a ricordarle che lo stratagemma non funziona. Potrebbe essere opportuno guardare a quello che le accade con uno sguardo meno vergognoso, meno negativo: se continua ad accaderle di sentirsi ansiosa nonostante i suoi sforzi ultradecennali, potrebbe esserci anche un perché, un perché nascosto, non visto, un perché che continua a dirle: scoprimi!”

Chiunque si sia trovato a interloquire con una persona ansiosa avrà fatto senz’altro l’esperienza del “contagio”, del coinvolgimento nello stress ansiogeno: l’esperienza dell’ansia molto raramente rimane confinata dentro l’individuo. Di solito una persona ansiosa tende a comunicarlo a qualcuno, ad esprimere l’ansia in forme comportamentali che non passano affatto inosservate, tende appunto a contagiare, ad essere trasmessa, “comunicata” verbalmente ed emotivamente all’ambiente relazionale, in configurazioni esplicite e spesso implicite, inconsapevoli.

L’ansia attira l’attenzione dell’interlocutore e simultaneamente lo mette in guardia. L’ansia seduce e coinvolge l’altro, e nello stesso tempo lo blocca mettendolo davanti a un dilemma di comprensione/incomprensione, di qualcosa che si capisce, ma anche di qualcosa che rimane incompreso, sullo sfondo.

Non per nulla Margherita mi provoca: “Si può eliminare per sempre l’ansia, dottore?”. Il senso ambiguo e un po’ irritante della domanda e soprattutto del tono, forse non è sfuggito alla paziente stessa. Non lo ha detto a parole, però il senso appare relativamente chiaro: ‘Non ci sono riuscita io in tanti anni, voglio proprio vedere cosa mi dici tu!’

La questione rimane aperta ed è intrigante: dopo tanti anni di sforzi con risultati così poco soddisfacenti, come possiamo pensare ad una semplice eliminazione dell’ansia? Forse occorre restare coi piedi per terra: eliminare l’ansia non coincide affatto con l’eliminazione di ciò che la genera, proprio come spegnere il sistema d’allarme non significa risolvere la causa che lo ha fatto scattare. Qualcosa di poco chiaro succede nei meandri di una mente invasa dall’ansia fino a configurarsi come un problema spinoso, forse un pericolo misconosciuto da tanto tempo, tale da attivare quel sistema d’allarme che, si direbbe, funziona bene proprio perché si attiva.

Che la vita mentale ed affettiva delle persone non si svolga tutta a livello cosciente, è cosa nota. Che l’ansia sia diversa dalla paura è lì da vedere: la paura è la risposta sana a un pericolo reale, l’ansia è attivata da qualcosa che si svolge nella nostra psiche profonda, inconsapevole, scatenando e nello stesso tempo bloccando la nostra immaginazione, la quale per sua natura si appoggia, si aggrappa a qualcosa di reale per prendere corpo.

Ecco: invece di fantasticare un mondo dove l’ansia non esiste, potrebbe essere più gratificante cercare di scoprire il male oscuro da cui l’ansia trae origine in maniera così insistente; potrebbe avere un ritorno più soddisfacente il disvelamento di quella sofferenza cupa che vive annidata nelle vicissitudini relazionali di ogni percorso di vita. Lo abbiamo visto bene in Margherita, e forse nessuno di noi ne è esente. Diventare più consapevoli delle nostre ansie significa anche esserne più responsabili.

L’ansia non è una malattia, è un segnale di vita, una richiesta di vita.

Dott. Franco Ferri
Psicologo, psicoterapeuta, psicoanalista
E-mail: franco.ferri49@yahoo.it
Sito web: ferrifranco.xoom.it

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